Ti ricordi
Michel il giorno che morì tua madre,
e tu piangevi tanto che anche il cane
che ti voleva così bene non aveva il coraggio
di avvicinarsi un po'.
Ti ricordi
Michel che tristi erano quei giorni,
io non sapevo proprio cosa dirti
e che confusione avevo in testa, e che stupore sul tuo viso
e che voglia di partire.
Michel, Claudio Lolli
15 agosto 2024… anzi, 16
Sono sul terrazzo di casa mia, a Trepuzzi. È passata da poco la mezzanotte.
Meno di due ore fa siamo atterrati a Brindisi, di ritorno dal Veneto.
Quel Veneto ostile e sinistro, che non sono riuscito ad amare mai, fin dai tempi del militare.
Quel Veneto che non potrò mai perdonare.
Si è preso mia madre, che ora è cenere.
Sulla parete esterna della mia casa è rimasto un solo manifesto funebre.
Il vento ha staccato tutti gli altri.
La mia vicina, per farceli vedere al nostro rientro, li ha appoggiati sulla sedia, all’ingresso del pianerottolo.
Fra i messaggi dei parenti e quelli del vicinato, forse mi aspettavo di trovare anche quelli della mia scuola.
Niente.
Penso che morire d’estate non vale quanto morire d’inverno.
Né per il diritto ai tre giorni di lutto né per i manifesti.
Vabbè…
Poi mi ricredo: davanti al cancello d'ingresso del Liceo Artistico di Lecce ne hanno affisso uno…
Nessuno me lo aveva detto e me ne accorgerò solo al mio rientro dalle ferie, vedendolo, ormai scolorito, verso la fine del mese.
In casa fa caldo.
Qui sul terrazzo però si respira, nonostante sia Ferragosto.
Ho tolto la camicia e ora indosso solo un paio di jeans corti, ma per fortuna, qui le zanzare non mi pungono mai.
Forse riconoscono il mio odore.
In lontananza si sentono le voci e i rumori della festa patronale.
Fra dieci minuti, il cielo esploderà.
Sono previsti i fuochi d'artificio, come da tradizione.
Quest'estate non ho ancora collegato alla rete elettrica il filo con le luci… probabilmente, ormai, non lo farò più.
Sul terrazzo è buio pesto e all’inizio non si vede a un passo, ma dopo un po’, la vista si adegua all'oscurità.
C'è la luna, quasi piena, arancione.
Da un lato c’è il campanile della chiesa madre, dall’altra ci sono le punte dei cipressi del cimitero.
Ecco il primo botto.
Secco.
Proprio sopra le lucine del camposanto.
Avvisa che lo spettacolo sta per cominciare.
Un minuto, poi il cielo si colora di luci, di verde, di rosso.
Un batterista impazzito sta bastonando la notte.
I cani abbaiano impauriti e gli antifurto delle auto, scosse dai tuoni, squillano fuori tempo.
La luna è ancora più arancione e assiste impassibile a tutto.
É lei la padrona della notte.
Poi il silenzio.
Ciao mamma.
È già l'una e un quarto. Fa quasi fresco, ho la schiena gelata.
Scendo giù, in casa...mi infilo una canottiera e mi corico.
Mia moglie sta russando forte.
Con più insistenza dei fuochi d’artificio. Non credo che riuscirò a dormire.
Riaccendo il telefono e continuo a scrivere questi appunti.
Sono passate le due.
Passeranno le quattro.
Passeranno i giorni, i mesi, gli anni…
Passerà mai, questa maledetta notte?
2 dicembre 2023
Viviamo sospesi nel tempo e nello spazio. È davvero questa la realtà?
Trepuzzi (Le), è sabato sera. Cristiano ha deciso che passerà la serata in pizzeria con me e Cinzia.
Non succedeva da tempo. È raro che un ragazzo di ventiquattro anni decida di trascorrere il sabato sera coi propri genitori.
Prenotiamo un tavolo per tre da Italia ‘90. Ci andiamo in macchina, anche se non è lontano da casa... siamo già a dicembre e inizia a fare un po' freddo.
Ci accomodiamo nella sala interna e leggiamo il menù inquadrando col cellulare il Qr-code del locale.
Io decido per la solita quattro formaggi.
Cinzia e Cristiano si accordano per qualcosa da dividere e condividere.
La cameriera, il fine settimana, tarda sempre un po’ a prendere le ordinazioni. Noi non abbiamo fretta. Vogliamo solo goderci un momento insieme.
Il mio telefono é ancora aperto sull’elenco delle pizze, quando mi giunge una telefonata che mi costringe ad uscire dall'App della pizzeria.
È mia cognata Luana, da Verona.
Cosa vorrá mai, a quest’ora di sabato sera?
...Di solito non chiama mai…
Guardo Cinzia, che sbarra gli occhi e mi si avvicina per capire meglio il motivo di quella chiamata.
Immagino che, come al solito. mia moglie stia già pensando a una tragedia.
_Ciao Vincenzo, tuo fratello era al telefono con la mamma… ad un certo punto, lei ha detto di non sentirsi più una mano e di non poter muovere una gamba… e poi è svenuta. Abbiamo allertato Betty… Hanno chiamato l’ambulanza… Noi siamo in macchina, siamo partiti ora da Verona… Stiamo andando da lei, a Padova_
Questa volta Cinzia non sbagliava.
Chiamo subito mia sorella Betty, che abita a Vallonga, lo stesso paese in cui vivono i miei genitori, per avere notizie più precise.
Mi dice che la mamma é stata intubata dagli operatori del 118… che ha subìto una emorragia cerebrale e che la porteranno all’ospedale di Padova, in terapia intensiva.
La cameriera dell'Italia ‘90 ci chiede quali pizze vogliamo. Cinzia prova a spiegare… ma la ragazza ha capito subito, dalle nostre facce atterrite, che è successo qualcosa di grave.
Usciamo dal locale. Non mi sento di guidare. Mia moglie mette in moto. Anche lei è sconvolta quanto me. Nella manovra tampona in retromarcia un’auto parcheggiata dietro di noi. La tocca appena, non le procura neanche un graffio. Dalla vettura scende una donna inviperita che impreca e che chiede di aspettare il marito per la rilevazione di un danno inesistente… Io ho bisogno di aria. Decido di tornare a casa a piedi.
Cristiano viene con me. Lui è più lucido: con gesti veloci sul suo smartphone ha già scansionato gli orari dei treni e dei voli disponibili. Quello più congeniale è il treno Frecciarossa delle 7.20 di domani mattina. Non sono previsti voli da Brindisi per Venezia/Treviso di domenica, in questo periodo.
Il tempo di arrivare a casa a piedi e contemporaneamente giunge anche Cinzia, in auto. Il marito della donna “tamponata” era stato più comprensivo e aveva constatato l’inesistenza di tracce d’urto.
Le telefonate che si susseguono non fanno altro che confermare la drammaticità della situazione.
I medici del pronto soccorso dicono che non c’è speranza e che la mamma è stata collegata a dei macchinari per poter permettere un ultimo saluto da parte dei parenti più lontani.
Non ricordo di aver mai pianto davanti a mio figlio prima di questa sera. Le lacrime e gli abbracci disperati di queste brutte ore sono strazianti. Cinzia e Cristiano singhiozzano e piangono con me.
Fa davvero male questo dolore… finora mai provato, così forte.
Mamma, dove sei?
Notte piena di pianto e incredulità. La mattina di domenica tre dicembre, il Frecciarossa Lecce-Venezia è puntuale. Le ore del viaggio, per queste tre anime in pena, sono lunghe e snervanti.
Alla stazione di Padova, nel primo pomeriggio, c'è mio cognato Angelo (di nome e di fatto), il marito di Betty, che ci accompagna immediatamente all'ospedale Sant'Antonio. Appena entriamo nella sala d'attesa di terapia intensiva, tra le mascherine e le lacrime, incrociamo gli sguardi altrettanto pieni di pianto e disperazione di mio padre, di mio fratello, delle mie sorelle, di mia cognata, dei cognati, del nipote, delle nipotine… siamo tutti insieme. Non succedeva dal 2016, in occasione del 50° anniversario di matrimonio dei miei genitori.
I medici sono comprensivi e ci fanno entrare in più tornate.
Un citofono ci collega con la sala interna.
_ Siamo i parenti di Anna Carlà…
_ Accomodatevi uno alla volta, dopo aver indossato il camice, i guanti e la mascherina.
È l'inizio di un lungo calvario.
Incontriamo molti medici e tecnici che ci dicono, in modi diversi, la stessa verità: pressoché impossibile una ripresa cerebrale per mia madre, poiché l'emorragia è stata devastante.
Uno o due alla volta entriamo in terapia intensiva.
Eccoci goffamente imbacuccati. I guanti in lattice sono sempre troppo stretti e le dita trasudano bolle liquide. La mascherina e la cuffia ci lasciano scoperti solo gli occhi, mentre cerchiamo di allacciare il camice, indossato sempre in modo sbagliato.
Così conciati, entriamo a vedere, finalmente, la nostra mamma. Se la situazione non fosse così drammatica, lei riderebbe, a vederci vestiti in modo così buffo. Ma purtroppo non siamo in un brutto film... e lei non è cosciente.
La sala è ampia. Accoglie quattro pazienti, tutti intubati e collegati a macchinari fantascientifici. Riconosco subito mia madre. È quella messa peggio.
Fino a ieri sera potevamo parlarci… e oggi lei è qui, in questo strano letto. Non ha vestiti, è coperta solo da un pesante lenzuolo. Forse respira attraverso un boccale trasparente… ha aghi e tubicini infilati ovunque. Già gli operatori del 118, con mia sorella Betty, le avevano estratto la dentiera, per evitare il soffocamento, ed ora il suo volto è scavato e cadente.
Le parliamo. Lei non può sentirci, ma noi le parliamo tanto. Le diciamo ugualmente delle cose… che non doveva farci questo brutto scherzo, che senza di lei siamo persi… che siamo tutti lì, a pregare e sperare per lei…
La commozione è grande, la tristezza e la disperazione difficili da contenere. Speriamo tutti che sia solo un brutto sogno da cui risvegliarsi presto.
Un’infermiera mi chiede di firmare un foglio di ricevuta, consegnandomi tutto ciò che la mamma indossava durante il ricovero: anelli, orecchini, scarpe, vestiti. Con me c’è anche mio fratello. Firmo e poi affido tutto a lui.
Trovo un minuto di lucidità mentale e comunico, telefonicamente, la situazione alla segreteria della mia scuola. Prendo tre giorni di permesso e uno di ferie… poi tanto c'è il ponte dell'Immacolata.
La mamma è sempre stata il fulcro e il filtro della nostra famiglia. Tutto ha sempre ruotato ed è sempre passato da questa donna, umile e forte allo stesso tempo. Papà, senza lei, è un bimbo sperduto.
Fino a ieri sera la mamma era la donna di sempre. Era stata a Padova, con figlie e nipotine. Aveva camminato, aveva mangiato, bevuto… salito le scale e fatto la spesa.
Per lei era stato proprio un bel sabato quello del 2 dicembre: intenso e pieno. Lo stava raccontando a mio fratello, al telefono…
La mamma aveva risposto al cellulare come sempre, spostandosi in camera da letto, perché mio padre, nell’altra stanza, ha sempre il volume della televisione troppo alto. Di solito si siede sul letto, con la porta socchiusa, per raccontare e ascoltare noi figli in tutta tranquillità. Usa con disinvoltura WhatsApp, mandando e ricevendo foto e messaggi a tutti. Quello stesso pomeriggio aveva anche registrato e condiviso un video con le tre nipotine, mentre facevano colazione al bar. Ne parlava appunto al telefono con mio fratello Piero (Giorgio)...
Poi all’improvviso: _ Giorgio! …Non mi sento più la mano… non riesco a muovere la gamba… sento che mi sta venendo qualcosa… Aiutami Antonio! Antonio, vieni qua, vieni subito…_
Il telefono era ancora acceso: mio fratello, da Verona, sentiva tutto. Sentiva mio padre accorrere, mentre cercava inutilmente di chiedere aiuto… anche perché non sapeva usare il cellulare: era una cosa che non aveva mai voluto fare, delegando tutte le comunicazioni a sua moglie. Sulla rubrica dello smartphone cercava la voce “Angelo”, per chiamare il genero, ma scorrevano nominativi diversi… forse “Angelina” e altri nomi simili. Nel frattempo mia madre era scivolata giù dal letto, accasciandosi a peso morto. L’unica cosa che papà era riuscito a fare, è stato chiedere aiuto ai vicini, citofonando disperato. Fortunatamente, mio fratello aveva compreso la gravità della situazione ed aveva telefonato subito a nostro cognato.
Angelo era accorso immediatamente e aveva chiamato il 118.
Era solo ieri.
Oggi, dopo ore interminabili di pianto, di consulti medici e di visite a turno, abbiamo lasciato la mamma in terapia intensiva, all’ospedale di Padova e siamo tornati a casa. È la prima volta che in questa casa si cena senza di lei.
È una cosa assurda, anormale… ingiusta. Noi siamo tutti qui, a casa sua… e nostra madre è in un letto d’ospedale, priva di conoscenza.
Come si può pensare a cenare? Ogni tanto qualcuno di noi non regge l'emozione e si nasconde il viso singhiozzando. Le lacrime sgorgano ad ogni cosa della casa che riporta a lei. Fino a ieri questa casa era piena di lei.
Quella piccola casa, a Vallonga, all’improvviso si riempie di noi. Ognuno cerca di fare qualcosa… ma manca l’anima, la mente e l’odore di Anna. Anche trovare un vassoio o una tovaglia è un’impresa: solo lei conosce i segreti di quelle stanze, dei cassetti e le ante, di tutti gli oggetti che la rendono “casa”.
Papá non trova le mutande pulite. Ha rovistato in cassetti che, da solo, non aveva mai aperto. Decide di andare a comprarne altre paia.
Oggi siamo a casa sua, ma lei non c’è. Questa casa è una macchina che sa guidare solo lei …e noi frughiamo tra le sue cose, cercando indizi indispensabili a decifrare il rebus del suo funzionamento.
Papà apre la borsa della mamma. Quella borsa in cui, fino a ieri, solo lei poteva mettere le mani. Fruga tra i documenti d’identità… la tessera sanitaria, le ricevute… Cerca di mettere un po’ di ordine, accartocciando vecchi e inutili scontrini della spesa. Mia sorella Betty lo assale piangendo: _ Lascia stare le cose della mamma! La mamma è ancora viva!_
Betty ha ragione.
L'altro giorno, nostra madre, visto che ormai è arrivato dicembre, ha comperato un alberello di Natale e lo ha subito posizionato all’ingresso. È un piccolo albero, già addobbato con luci led intermittenti. Lo accendiamo per sbaglio, mentre cerchiamo una presa elettrica per ricaricare i telefonini. Quelle luci ci riportano alle feste natalizie… ma i nostri occhi non sono festosi e lo spegniamo subito. Mio fratello Piero insorge: _ Accendiamolo! La mamma lo ha comprato con gioia per inaugurare il primo Natale in questa nuova casa! È una sua idea… un suo desiderio _
Piero ha ragione.
I medici della terapia intensiva ci aggiornano. Cercano di farci capire, con parole semplici, che la mamma non si potrà riprendere, che il danno cerebrale è troppo grave… che potrebbe anche riaprire gli occhi, ma nessuno può sapere quale sarà la sua percezione del mondo esterno. Parlano di una situazione irreversibile che potrebbe anche durare molto tempo, ma non si esprimono, non possono prevederlo.
Vorremmo stare vicino alla mamma il più a lungo possibile, rientrare a Lecce l'ultimo giorno utile, la domenica mattina del 9 dicembre… ma non ci sono voli di domenica e il treno, per tre persone, costa 900 euro, grazie alle strategie economiche di Trenitalia… e non posso permetterlo.
Rinunciamo a quel giorno in più e torniamo a casa il sabato, in aereo. Rientriamo a Lecce, ma con la testa non stacchiamo di un secondo. Programmiamo già le vacanze natalizie: volo per Venezia prenotato il 22 dicembre. Il ritorno? Vedremo.
L'agonia di questa esistenza inutile, in Salento, tra la scuola e i contatti continui con i miei fratelli, va avanti per inerzia.
La mamma è stata trasferita all'ospedale di Piove di Sacco, sempre in terapia intensiva.
Qui le norme di sicurezza sono maggiormente rispettate. Si entra solo a turno e fanno indossare anche i calzari monouso.
Puntualmente, il 22 dicembre siamo di nuovo tutti e tre in Veneto. Le condizioni di mia madre non cambiano. Non possono cambiare.
Vederla così è sempre più straziante.
Il 25 dicembre mi becco anche l'influenza. Vomito e tosse sono i miei sintomi più acuti, ma fortunatamente sono negativo al Covid.
Anche mio padre è ammalato, così condivido il letto con lui: per due notti e due giorni dormo proprio dove dormiva la mamma.
Il suo posto… dormo al suo posto. Come quando ero bambino e la mattina di Natale, con tutti i fratellini, mi infilavo sotto le coperte del lettone, prima di aprire tutti i nostri regali... quasi cinquant'anni fa.
Oggi sono qui, cerco di non tossire e di non muovermi troppo, aspettando una guarigione veloce. Papà si lamenta che nel sonno mi agito e gli tiro i calci… Boh?
Un Natale così amaro non lo avevo trascorso mai.
Mamma, ora che non puoi sentirmi, a chi devo dimostrare d'essere un brav'uomo?
A nessuno.
Non credo che serva più.
Le feste natalizie della mia famiglia quest’anno passano senza allegria.
La notte di San Silvestro è una sera come tutte le altre… alle dieci di sera siamo già a letto.
In TV, stupidi cantanti si esibiscono sui palchi all’aperto di varie città… vomitando sul pubblico il loro insopportabile repertorio, orecchiabile e ridondante.
Cristiano è già tornato a casa, a Trepuzzi, precedendoci di qualche giorno. Abbiamo salutato la mamma nel suo letto, in terapia intensiva. È sempre immobile, ha cominciato ad aprire gli occhi, ma non sappiamo se in quel suo corpo c’è ancora lei.
Il giorno di capodanno, mio fratello ci accompagna alla stazione di Padova.
Alle 7.20 il Frecciarossa, puntuale, ci riporta a Lecce.
Luglio 2024
Vallonga, casa dei miei.
Sono passati più di sette mesi da quel brutto giorno d’inizio dicembre.
Mesi lunghi e difficili da accettare.
La casetta di via G. Pascoli è il punto di riferimento della famiglia De Giorgi.
È qui che veniamo a stare, ogni volta che possiamo passare del tempo con i miei genitori. Sia io che i miei fratelli.
Dopo le feste natalizie ci sono tornato più volte, da solo o con moglie e figlio: a febbraio, per carnevale, a marzo-aprile, per Pasqua e per il ponte della Liberazione… ed ora, che è luglio, per le ferie estive.
In questi mesi, la mamma, dopo la terapia intensiva, è stata ricoverata in vari reparti dell’ospedale di Piove di Sacco, soprattutto in Neurologia… per poi essere spostata, a maggio, in via definitiva, nell’adiacente struttura RSA.
Il Centro Residenziale per Anziani “Umberto I” è accanto all’ospedale. Per poter ottenere proprio lì il trasferimento, abbiamo dovuto aspettare che si liberasse uno dei posti per pazienti “speciali”. Grazie all’interessamento, le richieste e l’insistenza di mia sorella Betty, siamo riusciti ad ottenere, per la mamma, gli aiuti economici indispensabili per poterle permettere le cure e il ricovero.
La mamma è completamente paralizzata, soprattutto il lato destro del corpo. Muove solo gli occhi e la mano sinistra… anche un po’ un piede. Molti movimenti sono involontari e ancora oggi non siamo sicuri di quale sia la sua percezione del mondo esterno.
Il suo aspetto, ovviamente, ora è molto diverso dal giorno in cui l'emorragia cerebrale l’ha colpita. Fin dal primo momento, come ho detto, non porta più la protesi dentale e quindi il volto è scavato e cadente. L’espressione facciale è fissa e la bocca quasi sempre aperta. I capelli ormai sono completamente bianchi. Qui si prendono cura di lei anche esteticamente: le hanno tagliato i capelli, molto corti, come non li aveva portati mai… e trattano la sua pelle con creme e unguenti. Tutte le sue funzioni vitali sono controllate da macchinari elettrici collegati da tubi, cavi, sacche e aghi che mi rifiuto di capire.
Qui alla RSA, la mamma ha una camera tutta per lei, con annesso il bagno, con il televisore e un balcone che si affaccia sul cortile interno. Tutte cose inutili, che lei non utilizzerà mai, ma che rendono questo triste posto, un luogo accogliente per chi viene a trovarla.
La camera della mamma, in fondo a un lungo corridoio, è l’ultima a sinistra, al primo piano. Per accedervi, bisogna prima districarsi in un labirinto di magazzini, cortili e scale.
Prima di giungere alla sua porta, si passa davanti alle stanze degli altri ospiti della struttura. Sono tutti pazienti allo stato semi-vegetale… più o meno nelle condizioni di mia madre. Ce ne sono anche alcuni giovani, ridotti così da brutti incidenti.
Nel corridoio si sente il vociare delle infermiere e degli operatori che spingono i carrelli con le lenzuola da cambiare. Camminando, si sente il rumore di un condizionatore d’aria difettoso e le chitarre elettriche di un televisore rimasto acceso su un canale musicale che non c’entra niente col contesto… e col paziente di quella camera, disteso, con gli occhi persi nel vuoto.
Le pareti interne delle varie stanze sono personalizzate con fotografie e oggetti che ricordano il passato dei malcapitati. In una camera c’è il palloncino della festa di compleanno di una donna, con la forma del numero 57, tutto dorato. In un’altra c’è il poster del Milan che alza la coppa dei campioni e una maglietta a righe rossonere. La dottoressa ci ha detto che l’altro giorno è venuto a trovarlo un calciatore famoso.
Fa caldo. Molto caldo.
Anche in Salento fa caldo, ma qui l’aria è umida e irrespirabile. La casetta di via G. Pascoli è piccola, però ha tre condizionatori d’aria, uno in ogni stanza, che ne rendono almeno possibile la sopravvivenza. Ha anche un piccolo giardino recintato, sul davanti, con l’erbetta verde, su cui mio fratello ha disposto un tavolino e quattro sedie in plastica con l’ombrellone.
Apparentemente è invitante. Quando su WhatsApp avevo visto le foto, immaginavo di sorseggiare un caffè seduto lì, con mio padre… ma in questo periodo è inutilizzabile a causa del clima torrido e le zanzare. Ci ho provato, più volte, anche all’alba, sedendomi sulla seggiola bianca, sperando in un po’ di frescura, ma ho rimediato solo un’infinità di punture e bolle in ogni parte del corpo.
Tutte le strade di Vallonga, ai lati, hanno dei piccoli canali, ricchi di vegetazione, ma anche di insetti e anfibi. Anche nel “nostro giardino” ho visto più volte un piccolo rospo saltellare: spero che gli piacciano le zanzare.
Andiamo a trovare la mamma due volte al giorno. Di mattina, verso le 10.00 e di pomeriggio, dopo le 16.00. È assai fragile e in questo periodo ha anche la febbre. Sta lottando contro un altro batterio e assume antibiotici da una settimana.
Mia sorella Betty ha deciso che quest'estate non scenderà in Puglia, per le ferie, ma vorrebbe comunque far trascorrere un paio di settimane al mare almeno alla figlia Gaia. Decidiamo di tornare a Lecce in auto, con mio fratello e di portarla con noi.
La Peugeot 307 di mio fratello è già abbastanza spaziosa, ma ha montato anche un bauletto sul portapacchi e si viaggia comodamente (almeno davanti…). Non abbiamo fretta, ma per evitare le ore piú calde, partiamo alle quattro del mattino. Non incontriamo molto traffico, facciamo delle lunghe soste. Manteniamo vivo lo spirito con il karaoke proposto da Luana… anche se Gaia cerca di inserire, tra le basi musicali, i suoi miti-criminali del rap italiano.
Quando arriviamo a Bari è quasi pomeriggio. Ci fermiamo a pranzare in un posto, molto conosciuto e frequentato (che ovviamente non conoscevo) che si chiama “L'Assunta”. Viviamo questo viaggio di ritorno (per me e Cinzia) sospesi, tra la voglia di un po’ di spensierata routine quotidiana e l'immagine costante di mia madre, imprigionata in un corpo che non risponde più ai comandi, in quella stanzetta della RSA.
Ecco il Salento.
Siamo di nuovo a casa.
Vita(?) sospesa
Ormai è così. Siamo allo stesso tempo in due luoghi diversi. È estate e il caldo asfissiante ci ricorda che a dieci minuti da qui c’è ancora il mare.
Provo a rispettare l’impegno preso con mia sorella, di portare Gaia in spiaggia, anche se sull’Adriatico c'è sempre troppo vento.
A volte è fortissimo e ci spettina i pensieri. Allora, per una volta, decido di sfidare i turisti cafoni e mi tuffo nello Ionio.
Lì è sempre bello… basta prendere il largo, allontanarsi il più possibile dalla riva, nuotare in fondo, dove non si sente più il vociare assordante dei vacanzieri, dove il carnevale di ombrelloni accavallati diventa un pugno di coriandoli lontani. Dove ritrovo me stesso, in quel “paradiso marinaio” di una delle mie canzoni preferite. Ma la mia condanna è di tornare a casa in tempo per l’ora di pranzo.
Arriva il giorno del mio compleanno, il 23 luglio, e andiamo a “Li Pezzuti”, a Trepuzzi, per mangiare una pizza con mio fratello e passare una bella serata in famiglia. L’ultima volta che ci siamo stati era settembre... e c’era anche la mamma. È lì che avevo registrato quel video in cui ballava e rideva con noi. Da quel settembre sono passati solo (già) dieci mesi. Sembra ieri… sembra una vita fa.
Luglio tramonta, senza nuvole, senza pioggia.
Arriva agosto.
Dove sono quei bei temporali estivi di una volta, energici, improvvisi e passeggeri, che (anche solo per pochi minuti) rinfrescavano la mente?
Niente.
Tra il caldo insopportabile e l'obbligo delle uscite serali è arrivato agosto.
Programmiamo il ritorno in Veneto, sempre con mio fratello, per giovedì 8 agosto.
Vorrei approfittare nuovamente di un passaggio in auto… e di quelle lunghe ore di viaggio da vivere insieme a lui, visti i limiti imposti dalla lontananza . L'idea è quella di “salire” da solo, senza Cinzia, per evitarle ulteriori sfacchinate.
Vedremo.
Io e lei, come l'estate scorsa, anche quest'anno assistiamo ad un paio di eventi domenicali sulla spiaggia, all'alba, a Casalabate.
È bellissimo nuotare di mattina, sul presto. Ma all'alba di questa domenica 4 agosto, la tramontana è più forte delle “Troiane di Euripide” (la rappresentazione teatrale di stamattina). Seguiamo la tragedia seduti sulle sedie-sdraio, mentre alle nostre spalle c'è il vero spettacolo, in tutta la sua forza espressiva primordiale.
Subito dopo, Cinzia, come sempre, deve “fare la pipì”.
Per la colazione ci sediamo al tavolino di un bar sul lungomare. Il mio cornetto alla crema è buono, ma io non mi sento molto bene. Sarà la stanchezza?
No, non è stanchezza.
È Covid.
Di nuovo.
Non ricordo se è la terza o la quarta volta che lo becco. Per fortuna, prima di giovedì, prima della partenza, mancano ancora quattro giorni.
La febbre non tarda a farsi sentire, con il mal di gola e i dolori alla schiena.
Fuori è estate. Qui dentro invece la Tachipirina mi fa alternare grandi sudate a brividi improvvisi per tutto il lunedì.
Notizie dal fronte: la salute della mamma sta peggiorando.
Betty è lì, da sola… il peso della responsabilità è eccessivo, per una persona sola.
In realtà, il peso sarebbe troppo anche per un esercito.
Invoca aiuto. Mi telefona mio fratello. Ha deciso di anticipare la partenza e mi dice: _ Io parto domani.
Accidenti! Io ho il Covid… come faccio?
Ho deciso. Gli dico che sto bene… nonostante l'esito positivo del tampone.
Tutti sanno della mia positività, ma ci diamo comunque appuntamento a domani mattina, verso le otto… bomba o non bomba, arriveremo a Roma.
Malgrado il Covid.
Prometto di non contagiare nessuno e di indossare sempre una mascherina FFP2.
Ma io sto bene? Proviamo. Mi alzo, mi infilo un paio di pantaloncini. Vado sul terrazzo e annaffio le piante. Voglio testare il mio stato fisico. Mi gira un po’ la testa, ma ce la posso fare… Fino a domani mattina mancano ancora delle ore.
Ce la posso fare.
Guarirò.
Martedì 6 agosto 2024
Di nuovo in viaggio.
La situazione della mamma è grave. Così ci dicono. Cinzia ha preparato un trolley per entrambi: ha deciso di venire anche lei.
Rieccoci in auto, con mio fratello, esattamente come diciannove giorni fa.
Come promesso, io indosso rigorosamente la mia FFP2 e uso regolarmente il disinfettante per le mani.
Siamo partiti un po’ tardi… erano quasi le nove.
Facciamo tante soste. Per mangiare, per andare in bagno… soprattutto per respirare!
Al telefono ci dicono che, oltre Betty, oggi sono andate a trovare la mamma anche le altre nostre due sorelle, Carmen e Maria Rosa.
Cara mamma, entro stasera, in una sola giornata, ci avrai visti tutti e cinque!
Betty ci chiede di fare presto.
Non capisce perché ci mettiamo tutte quelle ore per arrivare.
È con la mamma. Le sta dicendo che fra poco, anche noi, saremo lì da lei.
Arriviamo, direttamente, dall'autostrada alla RSA di Piove di Sacco.
Sono passate da poco le 19.00. Siamo appena arrivati dalla mamma, dopo questo lungo viaggio.
Mi accorgo che c'è più aria nella mia mascherina che fuori. Entro nella stanza con mio fratello.
In meno di venti giorni il volto di nostra madre è cambiato molto.
Non è più lei.
Le parliamo.
Ha gli occhi semiaperti e respira a fatica.
Le diciamo di non preoccuparsi più di niente, che è stata brava, che ha fatto tutto bene.
Le giuriamo che ormai siamo grandi e che ce la faremo anche senza di lei.
Dopo questa bugia usciamo, per far entrare le nostre mogli.
Mi siedo su una panchina e tolgo la mascherina.
Non c'è differenza, non c'è aria neanche fuori.
Ho il Covid… quindi prendo un po’ le distanze da mio fratello e inizio a scrivere questa pagina sul telefonino.
Faccio in tempo a scrivere solo un paio di righe e vedo arrivare Cinzia.
Scuote la testa e trattiene le lacrime.
Capisco subito.
La mamma ci ha aspettati prima di chiudere gli occhi per sempre.
Ora è libera.
Noi no
Noi no, noi non siamo liberi.
Siamo legati: le mani, i piedi, la testa, il cuore.
Papà ora non dovrà più fare quella strada, due volte al giorno per andare a trovarla, non dovrà più cercare il parcheggio all’ombra di quegli alberi magri, salire le scale di quella "bella" casa di riposo…
quella struttura capace solo di accompagnare i suoi ospiti verso l'infinito.
Mai nessuno uscirà vivo da quelle stanze.
Come tutti noi, anche mio padre si era rassegnato.
A vederla lì, inerme e sofferente, da più di otto mesi, era stato uno strazio infinito per tutti.
Dopo i primi periodi, avevamo sperato, pregato, cercato un gancio a cui aggrapparci per riavere indietro la nostra Anna.
I santi e le madonne non ci hanno mai ascoltato.
I medici non ci hanno consolati mai.
Ora dovremo avere a che fare con le agenzie funebri e la burocrazia del caso.
Lo facciamo. Lucidamente. Papà decide per la cremazione. Siamo tutti d'accordo.
La mamma è morta.
Ci ha donato la vita.
Ora non c’è più.
Il suo corpo deve seguire procedure burocratiche per noi assurde: per il funerale dovrà aspettare quattro lunghi giorni.
Nel frattempo, quel corpo, è conservato in un ambiente fresco, su una barella, coperto completamente da un lenzuolo bianco.
Avvisiamo i parenti più vicini e qualche amico.
A macchia d’olio, la notizia si espande ovunque.
Ci giungono le condoglianze di tutti. Su Facebook pubblico una bellissima foto di mia madre, accompagnata da una frase inequivocabile e da un mio semplice “Grazie mamma”. No, non è la foto “ufficiale”. Non è quella che abbiamo scelto per le foto ricordo plastificate e i manifesti, pettinata bene, col foulard rosa e il vestito buono…
No, sulla mia bacheca virtuale ho incollato una foto diversa.
È una foto di qualche anno fa.
Eravamo a Otranto, con mio fratello e Luana.
La mamma era venuta a stare una settimana da noi, senza papà.
Scendevamo lungo il bastione dei Pelasgi. Avevo già fatto molte foto, ma in quelle immagini io non ero quasi mai presente… allora Luana aveva preso la mia Reflex e aveva cominciato a scattare, a ripetizione, fotogrammi con tutti noi.
La mamma passava davanti a un vecchio portone, chiaro, coi segni del tempo appena evidenti, ma accentuati dall’umidità del mare.
La brezza marina le spettinava i capelli e lei sorrideva verso l’obiettivo, elegante come sempre, con la sua borsa a tracolla.
Il sole tramontava, ma non sul mare. La luce era soffusa e non proiettava ombre violente, fermando il tempo in quello scatto perfetto.
Il funerale è impeccabile.
Abbiamo scelto la prima agenzia funebre che ci ha risposto.
Forse quella più lussuosa, di certo la più cara.
Ma la mamma merita il meglio, anche se lei non lo avrebbe voluto, tutto questo lusso.
La signora dell'agenzia è elegante, nella sua divisa scura, con giacca e cravatta, nonostante il caldo insopportabile.
Ci illustra i vari aspetti di quel passaggio obbligato.
Ci mostra le varie casse, le tipologie di urne funerarie e nel preventivo, fa l'elenco di tutti i loro “meravigliosi” servizi.
Dopo vari tentennamenti, il funerale è fissato per il pomeriggio di venerdì 9 agosto, alle 16.00 presso la parrocchia di Vallonga.
Già da giovedì, l'agenzia ha provveduto egregiamente alla vestizione della salma.
La mamma può essere salutata da amici e familiari in una saletta apposita, all'interno della RSA di Piove di Sacco.
Incredibilmente, il viso della mamma, che da più di otto mesi ci aveva straziato, nella sua maschera di dolore e sofferenza, ora ci appare rilassato e naturale. Quel corpo, con l'abito che aveva indossato nel giorno del suo cinquantesimo anniversario di matrimonio, sembra di nuovo il suo. È di nuovo lei. Ha tra le mani un piccolo bouquet. Papà vorrebbe fotografarla, perché la trova bellissima. Noi glielo impediamo: vogliamo conservare di lei solo i milioni di fotogrammi dei nostri ricordi più belli. Abbiamo migliaia di fotografie sparse nei cassetti e negli hard disk dei nostri computer e dei nostri cuori, dove è sempre viva e indaffarata in mille faccende.
Ora è qui, ferma e impassibile, in questa stanza fin troppo fresca.
Non deve preoccuparsi più di nulla.
È circondata da una miriade di rose rosse, volute da papà e fatte pervenire dai parenti, tutti troppo lontani per poter partecipare personalmente.
É giunto il momento.
Siamo tutti qui.
Baciamo commossi per l’ultima volta la nostra mamma.
Ai suoi piedi, le nipotine più piccole ripongono un grande cuore rosso, disegnato apposta per la loro nonna.
Con discrezione e professionalità, il coperchio viene adagiato sulla cassa, l’avvitatore elettrico scandisce il tempo, nel nostro momento più triste.
L’auto che trasporta la bara della mamma è lucida e lussuosa.
La seguiamo con le nostre macchine, fino alla chiesa di Vallonga.
In un piazzale surreale, erano già state predisposte delle casse acustiche ed ora una musica dolce accompagna la mamma all’interno della chiesa.
Don Paolo celebra un degno funerale.
Era passato da casa, uno o due giorni prima, per le condoglianze, certo, ma soprattutto per raccogliere dati e informazioni per la sua predica.
Papà, in quell'occasione, si era lasciato andare a racconti vaghi, parlando più di sé stesso, dei suoi violini, dei suoi hobby… che della bella persona che era la mamma. Il parroco però, durante il funerale, sa filtrare le esternazioni del nostro babbo, trovando le giuste parole per un degno saluto.
La piccola chiesa sembra quasi piena: siamo una famiglia numerosa, tra marito, figli e consorti e nipoti, siamo già sedici persone.
A causa della distanza, i nostri parenti e gli amici pugliesi non sono venuti, nè potevamo aspettarci diversamente.
Con grande sorpresa e piacere, però è presente il nostro cugino Francesco, il figlio della zia Silvana, sorella di mamma, accorso in macchina da Milano.
Ci sono anche degli amici “stretti” di mio fratello e di mia sorella Betty… oltre le persone del posto che hanno conosciuto la nostra dolce Anna e vogliono darle l’estremo saluto.
Alla fine della cerimonia, anche il corpo della mamma ci lascia per sempre, allontanandosi su quel moderno carro funebre, diretto a Padova, per la cremazione.